CON UNA FORMAZIONE A PRIMA VISTA INSOLITA, IL GRUPPO ORIGINARIO DELLE CONTEE DI ANTRIM E DERRY ESORDISCE CON UN CD RICCO DI COMPOSIZIONI ORIGINALI IN SINTONIA CON LA TRADIZIONE.

testo di Graziano Pettinari

Innovazione o conservazione? Il problema spesso si pone ascoltando le recentissime uscite discografiche di molti musicisti irlandesi contemporanei di chiara estrazione tradizionale. Certo questo problema resta in fondo circoscritto a un assenso personale, a una preferenza d'ascolto, che ci riguarda individualmente. È sintomatico che chi si avvicina a un mondo vasto come quello musicale irlandese, sicuramente in pieno fermento creativo dagli anni Cinquanta del Novecento, costruisce il proprio gusto a partire da ciò che l'ha introdotto a questa tradizione. Facciamo qualche esempio. Chi è innamorato della new age e delle eteree armonie musicali che confonde con la musica irlandese, all'ascolto degli ormai classici Planxty potrebbe sussultare di disapprovazione. Potrebbe awenire il paradosso dei paradossi. I Planxty potrebbero anche non piacergli. Non bisogna meravigliarsi.

Anche chi era abituato ad ascoltare Ylrish music stampata dall'etichetta Topic negli anni precedenti si sarebbe stupito all'ascolto del gruppo nato intorno alle session che Moore e compagni organizzarono e cristallizzarono in quel primordiale Prosperus del 1971, album che diede l'awio alla straordinaria avventura musicale dei Planxty. Nei dischi della Topic suonavano in maniera davvero tradizionale, perché naturale, molti grandi del panorama musicale irlandese in esilio a Londra negli anni Cinquanta. I nomi sono quelli di Michael Gorman, Margaret Barry, Paidrag O'Keefe, Julia Clifford e tanti altri.

Insomma, vi è sempre un approccio personale all'ascolto, che deriva dal momento fondamentale dell'incontro con un ed, oggi, o un LP ieri o ancora un 78 giri molto tempo fa. E su quell'incontro si fonda un primo gusto musicale, che condiziona gli ascolti successivi. Tuttavia non è sufficiente l'opinione personale, il piacere soggettivo, quando si parla di tradizione. In qualche modo essa richiede anche un ascolto diverso, quasi una compartecipazione, che ne sappia cogliere dawero le peculiarità, altrimenti vanno persi gli sviluppi, l'oggi che domani sarà ieri. Si perdoni il gioco di parole. La new age in fondo con la tradizione irlandese ha poco a che spartire (se non perché, quando è nata, ha portato al recupero del suono acustico, e conscguentemente di quello tradizionale; e perché poi, con l'utilizzo dell'elettronica in funzione "musicale" e non ludico-dance, ha dato il via alle contaminazioni della worid), è un'estetica musicale fatta di armonie prolungate che rilassano esprimendo il lato emozionale dei protagonisti.

La tradizione musicale irlandese invece non è un'estetica, un "semplice" sound, ma un plesso culturale di vari elementi (storici, artistici, linguistici, "filosofici") che non hanno come scopo un disinteresse ludico. Sicché, il cultore della new age potrebbe anche non amare i Planxty, mentre molto probabilmente chi formò il proprio orecchio su registrazioni tradizionali, musicalmente sgrammaticate, fu forse sorpreso dai Planxty ma non troppo, intravedendo nelle loro sonorità nuove un prolungarsi e un affinarsi di qualcosa di più antico. 

Il problema è allora quello della fedeltà o dell'apparente infedeltà alla tradizione. È in fondo legato alla piacevolezza e ciò prova come la musica irlandese ponga visibilmente problemi di tipo estetico, perché dell'arte presenta gli stessi paradossi. Quando sul finire del Settecento, la letteratura europea, e più propriamente tedesca, si pose il problema di imitare o innovare i modelli poetici greci, pose in fondo la medesima questione. Essere fedeli al passato, riproponendolo coerentemente nelle collaudate forme estetiche consuete e ormai datate, oppure cogliere, per così dire, il genio degli antichi e, fedeli a esso, rinnovare quelle forme? 

Quando ci metti due accordion, un piano e un bodhrán...

Il problema della fedeltà alla tradizione rinvia necessariamente a quello del primato della lettera o dello spirito di un'opera d'arte. Il purismo rimane cristallizzato alla lettera, pura riproposizione di qualcosa che è stato. L'innovazione, se sinceramente ancorata all'ascolto di una tradizione, ne riproduce il medesimo spirito.

Un ottimo esempio di questa dialettica tra fedeltà e apparente infedeltà in  campo musicale si rinviene in A Lovely Madness, ed d'esordio dei Beoga, gruppo originario delle due contee di Antrim e Derry e composto da Eamon Murray (bodhràn, percussioni), Liam Bradley (piano, tastiere), Damian McKee (button accordion) e Seàn Óg Graham (button accordion, chitarra). Apparente infedeltà alla tradizione, si scriveva. Infatti i Beoga (www.beogamusic.com) compongono un quartetto abbastanza insolito, costituito fondamentalmente da due accordion, un pianoforte e un bodhràn. Insolito per la scelta dei fune e degli ospiti, che in alcuni brani rinviano volutamente al jazz, come in "Exploding Bow", oppure al blues, come ad esempio nella settima traccia, intitolata "Amsterdam Blues".

Insolito anche per il fatto che la maggior parte dei brani non sono tradizionali, ma composizioni proprie di McKee e Óg Graham. Eppure l'infedeltà alla tradizione, nella quale i quattro musicisti si radicano - prova ne è la personale biografia di ciascuno, uno per tutti è proprio McKee, che, negli anni Novanta, suonava in tour per la Comhaltas Ceoltoiri Eireann - resta in ultimo apparente. Ciò si può desumere ascoltando le due tracce dei Beoga presenti nel disco allegato a questo numero di "Keltika". Si tratta di "Prelude Polkas", un ser misto di tradizione (come "Paddy's Polka No. 2" e il ree/ "Millstream Reel") e composizioni originali (la polka di apertura intitolata "Prelude Polka") e di "A Lovely Madness", dove alla celebre jig "Bill Harte's" i Beoga aggiungono due tune da loro composti ("Blue Eyes" e il reel "A Lovely Madness"). 

Insomma, l'insieme degli strumenti base non ha niente di strano in sé, neppure la presenza del pianoforte. Il rinvio ad altri generi musicali è proustianamente la ricerca dell'armonia da scoprire, ed è ormai stranoto a tutti che Virish, awertita la necessità dell'armonizzazione, l'abbia cercata dialogando con generi che già la usavano.

La composizione di nuovi tune è poi l'aspetto più rimarchevole del presente album, entro l'alveo di una tradizione. Una prova? Si ascolti la bellissima air intitolata "August 27th" composta da Óg Graham alla fine di una lunga estate di "sessions, fleadhs, festìvals... and Guinness.i". In essa i Beoga dimostrano di non essere fedeli alla lettera della loro tradizione musicale. E questo l'avevamo capito per le loro scelte stilistiche. Ma la loro infedeltà alla lettera è qualcosa di più. I Beoga sono fedeli alla spirito di essa.

Copyright © 2005 Keltika